La risposta istintiva a troppi visitatori in un sito storico è farne entrare di meno. Pompei ha passato diversi anni a sperimentare l'approccio opposto: aprire più superficie scavata, allargare il percorso e lasciare che la folla si diradi da sola su un'area più grande.

Funziona meglio di un tetto agli ingressi, per una ragione che riguarda i comportamenti più dell'aritmetica. Chi visita un grande sito archeologico segue un numero ristretto di percorsi leggibili, e la congestione si concentra dove quei percorsi si incrociano. Aggiungere un isolato restaurato con un proprio ingresso e una propria ragione di visita non aggiunge soltanto capienza, redistribuisce il flusso, perché una parte dei visitatori prende una strada non prevista se è segnalata e aperta.

Il costo di questo approccio è la sua permanenza. Un'insula restaurata e inserita nel percorso deve restarci, il che significa manutenzione, monitoraggio e personale. I budget di restauro nel patrimonio italiano hanno storicamente la forma del progetto: un finanziamento, un ponteggio, una riapertura, una fotografia. I budget di manutenzione non hanno quella forma, e nella distanza tra i due gli edifici restaurati tornano in silenzio nell'elenco dei chiusi.

La risposta del sito è stata trattare la manutenzione come un programma continuo con personale proprio invece che come una sequenza di interventi, scelta poco spettacolare e giusta. Se sopravvivrà a un cambio di direzione resta la domanda aperta, perché il ritorno politico dell'aprire una casa è immediato e quello del tenerla aperta è nullo.