La stagione della manovra a Roma comincia tradizionalmente a settembre. Quest'anno le discussioni sono partite a luglio, perché il documento che fissa i tetti di spesa dei ministeri va chiuso prima della pausa estiva, e la riga che decide quante risorse passano dal centro alle regioni è quella che nessuno vuole firmare per primo.

Il meccanismo è tecnico, la politica che ci gira intorno molto meno. Spesa sanitaria regionale, trasporto locale e il cofinanziamento che le regioni devono mettere per sbloccare i fondi europei stanno nella stessa cornice. Se la si comprime, le regioni tagliano servizi o alzano le proprie imposte. Se la si lascia intatta, sono i ministeri romani ad assorbire la stretta. Nessuna delle due soluzioni ha una constituency evidente dentro una maggioranza che pesca consenso sia nelle amministrazioni del Nord sia in quelle del Sud.

La novità di quest'anno è il calendario. Ai dipartimenti è stato chiesto di presentare i piani di spesa con un mese di anticipo, così da chiudere la cornice prima che le Camere si fermino. Resta quindi meno spazio per il rituale autunnale degli emendamenti scambiati a notte fonda. Ai presidenti di commissione è stato detto di aspettarsi una finestra di scrittura più corta, non più lunga.

I presidenti di regione se ne sono accorti. Diversi hanno fatto sapere che non accetteranno una formula che tratti gli obblighi di cofinanziamento come spesa discrezionale, che è il modo tecnico per dire che se Roma conta il cofinanziamento europeo dentro il tetto, le regioni ci perdono due volte: sul tetto e sui progetti che quel tetto avrebbe dovuto sbloccare.

Nulla di tutto questo si chiude con il documento di cornice. Quel documento decide la dimensione della stanza in cui si svolgerà la partita autunnale. È per questo che se ne discute a luglio, e per questo il voto più importante dell'anno potrebbe essere uno di cui nessun telegiornale parlerà.