Concordare il patto europeo sulle migrazioni ha richiesto anni. Attuarlo richiede qualcosa di più difficile dell'accordo, cioè capacità operativa, e quella capacità viene costruita a velocità diverse in Paesi diversi.
L'impianto poggia su tre presupposti: che gli arrivi possano essere esaminati rapidamente alla frontiera, che una quota di richiedenti possa essere ricollocata in altri Stati membri o compensata con contributi finanziari, e che chi vede respinta la domanda possa essere effettivamente rimpatriato. L'Italia è il luogo in cui i tre presupposti vengono messi alla prova insieme, perché è dove avviene una quota rilevante degli arrivi.
Il primo presupposto è una questione di personale. Le procedure rapide di frontiera richiedono interpreti, istruttori e consulenti legali in numeri che sono stati messi a bilancio ma non ancora assunti, e assumere è più lento che stanziare. Il secondo è una questione politica che non ha smesso di essere politica solo perché il meccanismo esiste sulla carta. Il terzo dipende da accordi con i Paesi di origine che l'Unione negozia insieme e applica in modo diseguale.
I funzionari italiani hanno avuto cura di presentare il problema come una questione di sequenza e non di principio. La loro tesi è che i meccanismi di solidarietà e gli accordi di rimpatrio debbano essere operativi prima che le procedure accelerate di frontiera vengano estese, perché una decisione rapida che non si può eseguire produce lo stesso esito di una lenta, con più scartoffie.
Bruxelles non dissente nel merito, ed è questo a rendere scomoda la fase. Non c'è disputa sull'obiettivo, solo sull'ordine delle operazioni, e l'ordine delle operazioni è il punto in cui una politica comune diventa reale oppure diventa un insieme di accordi nazionali con un'etichetta europea.

