Una proposta di legge che permetterebbe ai bambini nati in Italia da genitori stranieri di chiedere la cittadinanza dopo aver completato un ciclo scolastico intero è ferma in commissione da undici settimane. È stata discussa in tre sedute. Non è mai stata calendarizzata per il voto.

La sostanza è più stretta di quanto suggerisca il dibattito che ci gira intorno. Con le regole attuali un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza solo nell'anno successivo al compimento dei diciotto anni, e solo dimostrando la residenza legale continuativa dalla nascita, un requisito che salta ogni volta che i documenti di un genitore restano scoperti per ragioni di cui il figlio non ha alcuna responsabilità. La proposta sostituirebbe quel requisito con la frequenza scolastica, che lo Stato già certifica.

Chi la sostiene la descrive come una correzione amministrativa a un problema di documenti. Chi la avversa considera qualsiasi modifica alle regole di acquisizione un cambio di principio, e sostiene che aprirebbe una strada che la legge vigente sceglie deliberatamente di non aprire. Entrambe le letture stanno in piedi, ed è esattamente per questo che la commissione ha preferito discutere piuttosto che votare.

La situazione pratica è che il testo non muore e non avanza. Il tempo di commissione in autunno è già occupato dalla sessione di bilancio, e una proposta senza voto calendarizzato prima della pausa è una proposta che riparte in fondo alla fila. I proponenti lo sanno, ed è per questo che la richiesta che continuano a fare è procedurale e non di merito: non che i colleghi votino a favore, ma che si voti.