Il numero di progetti di data center annunciati intorno a Milano è cresciuto più in fretta del numero di quelli che si possono effettivamente allacciare. Non è un fallimento urbanistico nel senso consueto. I siti ci sono, il capitale c'è e i permessi si ottengono. Quello che scarseggia è una connessione alla rete ad alta tensione con la potenza che questi edifici richiedono.

L'allacciamento è una coda, e la coda è fisica. Nuova capacità in una cabina primaria richiede trasformatori, quadri di manovra e spesso una nuova linea, con tempi di consegna misurati in anni perché il portafoglio ordini mondiale per quelle apparecchiature è pieno. Un progetto con finanziamento e permessi può comunque restare in attesa di una data di connessione che cade fuori dal proprio orizzonte di investimento.

La coda ha anche un problema di equità. Le richieste di connessione vengono di norma trattate in ordine di presentazione, il che premia le domande speculative anticipate e penalizza i progetti che hanno aspettato di essere reali. Gli operatori con più siti possono tenere posizioni in più code, gonfiando la domanda apparente e spingendo indietro i progetti veri.

Le soluzioni credibili sono due e vanno in direzioni diverse. La prima è legare la posizione in coda a progressi dimostrabili, così le richieste speculative decadono. La seconda è portare gli edifici dove la capacità già esiste, cioè nelle aree industriali della pianura padana con allacciamenti pesanti e acqua di raffreddamento, invece che nell'anello immediatamente attorno alla città.

La seconda opzione è ingegneria migliore e commercio peggiore, perché la latenza verso Milano conta per una parte dei clienti e i terreni vicino alla città sono dove gli operatori vogliono stare. A decidere non sarà la pianificazione urbanistica. Sarà quale cabina riceve prima i trasformatori.