Una bozza di decreto che circola tra i ministeri introdurrebbe un limite di novanta giorni per le autorizzazioni locali necessarie alle opere pubbliche prima dell'avvio dei lavori. Superato il termine, l'autorizzazione si intende concessa. L'obiettivo è impedire che i progetti muoiano in silenzio nello spazio tra un ufficio e l'altro.

Gli uffici tecnici comunali non sono contrari al termine. Indicano piuttosto ciò che succede prima che il cronometro parta. Una domanda non è valutabile finché non è completa, e la completezza dipende da documenti che arrivano da altri enti: indagini sui suoli, pareri di tutela, nulla osta dei gestori di rete e, nelle aree costiere e montane, il parere idrogeologico. Un termine che decorre solo dal momento in cui il fascicolo è completo sposta il ritardo a monte invece di eliminarlo.

La seconda obiezione riguarda il personale. I comuni piccoli tengono in piedi l'ufficio tecnico con poche persone, alcune condivise con municipi vicini a tempo parziale. Una regola che trasforma il silenzio in assenso scarica su quegli uffici un peso giuridico che non hanno le risorse per reggere, e la reazione prevedibile è difensiva: negare subito piuttosto che rischiare di approvare per inerzia.

Esiste una versione di questa riforma che funziona, e i tecnici che la descrivono sono insolitamente precisi. Far partire il conteggio dalla presentazione e non dalla completezza, pubblicare in un unico posto l'elenco dei documenti richiesti, e finanziare gli uffici tecnici associati da cui i comuni piccoli già dipendono. È una riforma più lenta da scrivere e più rapida da far funzionare.