La discussione sui laureati che lasciano l'Italia si svolge di solito in termini culturali: ambizione, irrequietezza, il richiamo delle grandi città. È un inquadramento comodo perché lascia intendere che il problema sia uno stato d'animo. I dati indicano qualcosa di più preciso, cioè la forma di una carriera italiana nel primo decennio.
Le retribuzioni d'ingresso in Italia non sono clamorosamente fuori linea rispetto alla media europea in ogni settore. Fuori linea è la pendenza. La progressione nei primi dieci anni è più lenta, legata più all'anzianità che alla responsabilità, e interrotta da un periodo più lungo di contratti a termine. Un laureato che confronta due offerte non confronta due numeri. Confronta due curve, e una è visibilmente più piatta.
Questo spiega anche uno schema che la lettura culturale non riesce a spiegare. Chi parte appartiene in misura sproporzionata ai profili che si prezzano bene presto, che è esattamente il gruppo per cui la curva piatta costa di più. Se fosse irrequietezza, le partenze sarebbero distribuite in modo più uniforme tra le discipline.
Ne consegue che gli strumenti di policy più spesso proposti non funzioneranno. Gli incentivi fiscali per chi rientra aiutano chi è già andato via e intervengono sul lato sbagliato della decisione. A cambiare il calcolo è un mercato del lavoro in cui il secondo e il terzo impiego pagano sensibilmente più del primo, e questo dipende da imprese che crescono, si contendono le persone e hanno una ragione per rilanciare. Il problema dell'Italia non è che i suoi giovani siano impazienti. È che troppo pochi datori di lavoro sono nelle condizioni di fare loro un'offerta migliore di quella estera.

