Chiedete a un costruttore di macchine italiano come va e quest'estate la risposta arriva in due parti. Il portafoglio ordini tiene. Le richieste dietro a quel portafoglio no. Sono due fotografie della stessa azienda a sei mesi di distanza.

I costruttori italiani di macchine, soprattutto nel packaging, nella trasformazione alimentare e nell'automazione di fabbrica, vendono molto all'industria tedesca, e l'industria tedesca sta spendendo con prudenza. I beni strumentali sono la spesa più semplice da rinviare: una linea che gira al novanta per cento della capacità può reggere un altro anno invece di essere sostituita. Quando i clienti tedeschi rinviano, l'effetto si vede nei preventivi italiani molto prima che nei ricavi italiani.

Il portafoglio ordini attutisce la prima metà di quel divario. Le macchine vendute in inverno sono ancora in costruzione e la contabilizzazione dei ricavi arriva mesi dopo la vendita: per questo i numeri di bilancio possono sembrare stabili mentre le forze commerciali descrivono un rallentamento già avvenuto.

Le aziende stanno reagendo in due modi. Il primo è geografico: più lavoro sui clienti nordamericani e del Golfo, dove gli investimenti nella trasformazione alimentare hanno tenuto meglio. Il secondo è strutturale: vendere contratti di assistenza, revamping e aggiornamenti dei sistemi di controllo a chi non è pronto a comprare una linea nuova. È lavoro a margine più basso in valore assoluto ma molto meno ciclico, e tiene occupati i tecnici nel periodo in cui gli ordini di macchine nuove sono rari.

Il rischio di quella strategia è che funzioni. I ricavi da assistenza rendono sopportabile un anno fiacco, e questo rende facile rinviare le decisioni sulla capacità produttiva, che poi si prendono di corsa quando la domanda torna.