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Il premio di maggioranza voluto da Meloni è legge, e potrebbe non favorire chi l'ha scritto

La Camera dei deputati ha approvato l'8 ottobre, 227 voti a 164, la riforma elettorale del governo, che assegna fino a 70 seggi bonus a qualsiasi coalizione che raggiunga il 42 percento dei voti. L'opposizione l'ha combattuta fino all'ultimo, e i sondaggi attuali suggeriscono che la regola potrebbe finire per favorire gli avversari di Meloni invece di lei.

Di Italian Insider StaffPubblicato 2 min di lettura
Un parlamentare gesticola mentre si rivolge ai colleghi alla Camera dei deputati durante il dibattito sulla riforma della legge elettorale.
Un parlamentare gesticola mentre si rivolge ai colleghi alla Camera dei deputati durante il dibattito sulla riforma della legge elettorale. · Foto: Andrew Medichini/AP Photo

La Camera dei deputati ha dato l'8 ottobre il via libera definitivo alla riscrittura della legge elettorale voluta dal governo, approvandola 227 voti a 164 con voto segreto, dopo che il Senato aveva già approvato la propria versione del testo. La legge entra in vigore a circa un anno dal prossimo appuntamento elettorale e cambia un presupposto di fondo del voto italiano, una coalizione non deve più vincere nettamente per governare con una maggioranza netta.

Il meccanismo è preciso. Qualsiasi partito o coalizione che ottenga almeno il 42 percento dei seggi sia alla Camera sia al Senato riceve seggi aggiuntivi oltre a quelli conquistati con i voti, fino a 70 in più nella Camera da 400 seggi e fino a 35 in più nel Senato da 200 seggi, abbastanza da portare la maggioranza di governo intorno al 56 percento in entrambe le aule. Chi non raggiunge quella soglia del 42 percento anche in una sola camera perde del tutto il premio, e i seggi vengono allora distribuiti in proporzione stretta ai voti, senza alcuna maggioranza garantita per nessuno.

La premier Giorgia Meloni ha presentato il risultato come una risposta a un problema che l'Italia porta con sé dal dopoguerra, costruita non per la sua coalizione in particolare ma per chiunque vinca. La riforma, ha detto dopo il voto, promuoverà la stabilità e la coerenza parlamentare di qualsiasi governo, indipendentemente dal suo colore politico. L'opposizione ha letto nello stesso testo un argomento diverso. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha guidato l'opposizione in aula insieme al Partito Democratico, mentre Matteo Renzi di Italia Viva ha accusato la maggioranza di spingere la riforma per paura di perdere il potere più che per un reale impegno sulla stabilità. La protesta più dura è arrivata da fuori l'aula, il leader di Più Europa Riccardo Magi ha iniziato uno sciopero della fame contro il provvedimento, definendolo anti-democratico.

Sono proprio i numeri a complicare la lettura della riforma come un semplice regalo a Meloni. Al momento del voto i sondaggi davano la sua coalizione intorno al 39 percento, sotto la soglia del 42 percento da sola, mentre un'opposizione di centrosinistra unita viaggiava più vicina al 44 percento, nel raggio di conquistare proprio quel premio di seggi che il governo ha appena scritto nella legge. Una regola costruita per garantire una maggioranza a chi vince non stabilisce quale schieramento debba essere quello a vincere.

Il parlamento in carica dovrà tornare davanti agli elettori entro il 22 dicembre 2027 al più tardi, e alcune ricostruzioni sul voto indicano già la possibilità di elezioni in primavera. Qualunque coalizione sia in vantaggio quando si voterà governerà con il sistema approvato dalla Camera l'8 ottobre, pensato per la stabilità in astratto e messo alla prova, per la prima volta, da chi davvero vincerà.

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