La Camera dei deputati ha dato l'8 ottobre il via libera definitivo alla riscrittura della legge elettorale voluta dal governo, approvandola 227 voti a 164 con voto segreto, dopo che il Senato aveva già approvato la propria versione del testo. La legge entra in vigore a circa un anno dal prossimo appuntamento elettorale e cambia un presupposto di fondo del voto italiano, una coalizione non deve più vincere nettamente per governare con una maggioranza netta.
Il meccanismo è preciso. Qualsiasi partito o coalizione che ottenga almeno il 42 percento dei seggi sia alla Camera sia al Senato riceve seggi aggiuntivi oltre a quelli conquistati con i voti, fino a 70 in più nella Camera da 400 seggi e fino a 35 in più nel Senato da 200 seggi, abbastanza da portare la maggioranza di governo intorno al 56 percento in entrambe le aule. Chi non raggiunge quella soglia del 42 percento anche in una sola camera perde del tutto il premio, e i seggi vengono allora distribuiti in proporzione stretta ai voti, senza alcuna maggioranza garantita per nessuno.
La premier Giorgia Meloni ha presentato il risultato come una risposta a un problema che l'Italia porta con sé dal dopoguerra, costruita non per la sua coalizione in particolare ma per chiunque vinca. La riforma, ha detto dopo il voto, promuoverà la stabilità e la coerenza parlamentare di qualsiasi governo, indipendentemente dal suo colore politico. L'opposizione ha letto nello stesso testo un argomento diverso. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha guidato l'opposizione in aula insieme al Partito Democratico, mentre Matteo Renzi di Italia Viva ha accusato la maggioranza di spingere la riforma per paura di perdere il potere più che per un reale impegno sulla stabilità. La protesta più dura è arrivata da fuori l'aula, il leader di Più Europa Riccardo Magi ha iniziato uno sciopero della fame contro il provvedimento, definendolo anti-democratico.

