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Il parlamento di Meloni ha riscritto la legge elettorale italiana, e la battaglia su se sopravviverà al controllo dei giudici è appena iniziata

La riforma assegna un premio di seggi a qualsiasi coalizione che vince il 42 percento dei voti e obbliga ogni alleanza a indicare il proprio candidato premier prima del voto. È passata 227 a 164, con l'opposizione che accusa Meloni di riscrivere le regole a un anno dal ritorno alle urne.

Di Marco FerrettiPubblicato 4 min di lettura
Elly Schlein sorride e gesticola mentre parla da un leggio alla Camera dei deputati.
Elly Schlein sorride e gesticola mentre parla da un leggio alla Camera dei deputati. · Foto: AP

Il parlamento italiano ha dato questa settimana il via libera definitivo a una revisione della legge elettorale del paese, regalando alla premier Giorgia Meloni una vittoria politica in vista delle elezioni del 2027 e aprendo al tempo stesso una battaglia legale che potrebbe durare più a lungo dei festeggiamenti. La riforma è passata 227 a 164 e fa due cose precise, assegna un premio di seggi parlamentari in entrambe le camere alla coalizione che vince almeno il 42 percento dei voti a livello nazionale, e obbliga ogni coalizione, o ogni partito che corre da solo, a indicare pubblicamente il proprio candidato premier prima che gli elettori vadano alle urne.

L'obiettivo dichiarato è quello che i governi italiani inseguono da decenni, la stabilità. Un paese che ha attraversato circa 70 governi dalla fine della guerra ha ripetutamente provato a costruire sistemi elettorali capaci di produrre un vincitore chiaro e una maggioranza funzionante invece delle coalizioni fragili che hanno segnato gran parte della sua storia repubblicana. Un premio di seggi legato a una soglia di voti, insieme alla chiarezza pre elettorale su chi diventerebbe davvero premier, dovrebbe trasformare un'elezione italiana in qualcosa di più vicino a una scelta unica tra due esiti.

L'opposizione non contesta tanto l'obiettivo quanto il metodo e i tempi. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha liquidato la riforma con una battuta pensata per suonare indifferente più che allarmata, cambiate pure la legge elettorale, ha detto, vinceremo comunque con qualsiasi sistema di voto, mentre i parlamentari del centrosinistra più in generale hanno accusato il governo di forzare nuove regole contro la volontà dell'opposizione a poco più di un anno dal voto con cui il paese dovrà fare i conti.

Proprio quella tempistica è ciò che rende probabile un ricorso davanti ai giudici. La Corte costituzionale italiana ha già bocciato due volte nell'ultimo decennio leggi elettorali che assegnavano premi di seggi sproporzionati al primo partito, ritenendo che distorsioni di quella entità confliggano con quanto fedelmente il parlamento debba rappresentare il voto espresso dai cittadini. I critici di questa riforma stanno ora avanzando una versione dello stesso argomento, che un premio abbastanza grande da contare sia, per definizione, abbastanza grande da distorcere la rappresentanza, e che i giudici abbiano già tracciato quel confine una volta.

Qualunque cosa accada ora, Meloni ha ottenuto sulla carta ciò che voleva, una legge capace di trasformare una vittoria di coalizione appena sopra il 40 percento in una maggioranza di governo, affrontando un'elezione che il suo governo ha più motivi della maggior parte dei governi italiani recenti di voler davvero disputare sotto un sistema costruito per produrre un risultato netto. Se quella legge sarà ancora in piedi quando gli italiani voteranno nel 2027 è ormai una domanda per i giudici, non più per il parlamento.

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