Il parlamento italiano ha dato questa settimana il via libera definitivo a una revisione della legge elettorale del paese, regalando alla premier Giorgia Meloni una vittoria politica in vista delle elezioni del 2027 e aprendo al tempo stesso una battaglia legale che potrebbe durare più a lungo dei festeggiamenti. La riforma è passata 227 a 164 e fa due cose precise, assegna un premio di seggi parlamentari in entrambe le camere alla coalizione che vince almeno il 42 percento dei voti a livello nazionale, e obbliga ogni coalizione, o ogni partito che corre da solo, a indicare pubblicamente il proprio candidato premier prima che gli elettori vadano alle urne.
L'obiettivo dichiarato è quello che i governi italiani inseguono da decenni, la stabilità. Un paese che ha attraversato circa 70 governi dalla fine della guerra ha ripetutamente provato a costruire sistemi elettorali capaci di produrre un vincitore chiaro e una maggioranza funzionante invece delle coalizioni fragili che hanno segnato gran parte della sua storia repubblicana. Un premio di seggi legato a una soglia di voti, insieme alla chiarezza pre elettorale su chi diventerebbe davvero premier, dovrebbe trasformare un'elezione italiana in qualcosa di più vicino a una scelta unica tra due esiti.
L'opposizione non contesta tanto l'obiettivo quanto il metodo e i tempi. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha liquidato la riforma con una battuta pensata per suonare indifferente più che allarmata, cambiate pure la legge elettorale, ha detto, vinceremo comunque con qualsiasi sistema di voto, mentre i parlamentari del centrosinistra più in generale hanno accusato il governo di forzare nuove regole contro la volontà dell'opposizione a poco più di un anno dal voto con cui il paese dovrà fare i conti.

